2025 39 - Testamento di libertà.
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Sottofondo Il testamento : 1963
Quando
la morte mi chiederà, di restituirle la libertà.
Forse
una lacrima forse una sola sulla mia tomba si spenderà.
Forse
un sorriso forse uno solo dal mio ricordo germoglierà.
In
principio fu il primo trattamento sanitario obbligatorio.
In
salute e malattia, in ricchezza e povertà restò roba da oratorio.
La ricevetti
come una grazia e concessione.
La separazione
che fa rima con milione.
Fu quella
la maggiore prodigale elargizione da me mai fatta.
Roba
che quelle della mia mania erano cosa da chierichetti.
Rimasi
solo e allo sbando tra scivoloni per vari anni
Mi
arrangiai con i protettori delle battone.
Cui
lasciai belle rendite e un impiego da ragioniere.
Ma è
noto che dove c’è gusto non c’è perdenza.
Barbara
e Vittoria vivevano nella tanto amata casa con il giardino.
Io
nella via di fianco, in una casa comperata vicina apposta.
Per
potere vedere spesso Vittoria.
Tutto
sempre grazie al povero bistrattato nonno Carlo.
Che
tra i suoi difetti non aveva la tirchieria manco da morto.
Erano
nel loro mondo a parte.
Di
certo non nel mio che ero già un disturbo.
Il
dolore vorticante lo affogavo dai ragionieri.
Ma ero
contento al pensiero che stessero bene.
Ricordo
un giorno che un tizio spaccò quadri e specchi.
Vittoria
poi mi confessò che lei era in casa.
Io
corsi in soccorso e arruolai un plotone di guardie armate.
Pistoloni
e fucili a pompa popolarono la via.
Insomma,
io c’ero sempre.
Pronto
a difendere con tolleranza.
Quella
che può richiedere di impugnare una 44 magnum.
Un canne
mozze, un uzi o uno shot gun.
Fu quindi
un grande scandalo la sceneggiata notarile.
Tutti
conoscevano la provenienza delle sostanze.
Parte
delle quali avevo lasciato loro in uso.
Io
sottoscritta nomino Vittoria Aroldi mia erede universale.
Ah
però.
E
che ci volete fare, è cosa nota che i soldi sono lo sterco del diavolo.
Oggi
meno male che quella diabolica zaffata la usa Vittoria.
Quelle
sostanze sono la sua libertà.
Di
fare, sbagliare, cambiare, ragionare.
Anche
se ancora non lo sa.
Io
non fui così fortunato.
La
libertà dai miei genitori l’ho avuta solo da morti.
A
Vittoria penso di averla donata da vivo.
Cara
amica te lo scrivo.
Kalimmudda
semper dixit

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