venerdì 30 gennaio 2026

2025 35 – Di vergogna in campagna

2025 35 – Di vergogna in campagna.

Onda su onda – Via www.shareradio.it – Sottofondo: Un centro di gravità per la mente

  

Non sopporto quei cori buffi.

Le voci che si fanno giudici.

Credono di vedere un mio sperperìo.

Dimentichi di paterne vergogne ti mettono alla gogna.

Tutto per l’uso di una mezza sostanza.

Tutto per distorta questione di vile pecunia.

Partii alla conquista di un lembo di terra.

Progettai un piccolo sistema economico.

Si poteva copiare su altri abbienti territori.

Certamente non erano facili ori.

Ma io inseguivo altri più sani allori.

La madre societaria era Evoluzionaria.

Finanziava progetti di taglio minuto.

Si faceva con il Sanocapitale.

Rimborso a condizioni sostenibili.

E interessi a zero come la finanza musulmana.

Per la quale il denaro non deve generare denaro

Un noto sito di notizie e una radio locale.

Furono i primi, per avere pronto il mercato di sbocco.

Dieci ettari a vigna impiantata e dieci di altri terreni.

Adotta un filare era già politica aziendale.

Laboratori sociali per la cotogna di carcerati.

Siti di commercio oggi evoluti moderni.

Tra prezzo sorgente ed etichetta trasparente.

Sempre a catena corta e chilometro zero.

Un sito mercato includeva prodotti propri e di terzi.

Aveva un ruolo di garante di qualità sul territorio.

Fu brevettato un negozio Rfid senza commessi.

Poi energie rinnovabili con solare, poco eolico e il cippato.

C’era di fianco una segheria, eravamo territoriali.

La cascina aveva lo studio annesso e la cantina a volte.

C’era una etichetta discografica a catena corta.

Concerti nella conca tra colline, in streaming.

Vendita di prodotti di intelletto a catena corta.

Libri, quadri, musica, podcast e diavolerie varie.

In sostanza metà sostanza la impiegai per andare in campagna.

Come suggerito dal lontano innesto di mio padre.

E avvallato dal mio disagio di vergogna.

Oltre ad Evoluzionaria c’era Metagricola.

E pure una indicativa suggestiva Manìagricola.

Poi l’universo si mise di traverso, o forse dritto.

Intervenne la mia consorte.

Oggi devo dire fortunatamente.

All’epoca lo dicevo così così.

Quella idea era troppo bella

Quella idea io l’avrei seguita fino alla fine.

In cerca di un centro di gravità per la mente.

 

Kalimmudda semper dixit

Un centro di gravità per la mente

 

La galassia dei marchi.

Evoluzionaria e Metagricola



 

 

giovedì 29 gennaio 2026

2025 34 – Toccarsi col fuoco

 2025 34 – Toccarsi col fuoco.

Onda su onda – Via www.shareradio.it – Sottofondo dalla : Alla fine fu il divano – Dalla 1977

 

Toccarsi con il fuoco è assai bello.

Cosa buona e giusta ma dolorosa.

Conan il rabarbaro lo conferma a garanzia.

Ecco una dimostrazione di insalata sillabiale.

In bagnetto di noialtri pazienti bolliti misti.

Lo so, non avete capito una mazza.

Eppure c’è linguistica e sintassi.

Quel segaiolo di Onan ti ammazza di psicopippe.

Cioè, il pensiero si arrabbia e poi esplode.

Per noi è culmine di ode cum laude.

Inventando nuovi schemi più veloci della luce.

Per voi è malattìa, neurosenzati di mia zia.

Alla fine sarà un linguaggio nuovo.

Che incomprensibile capirai soltanto tu.

Peccato, bella sega di insalata.

L’insalata di parole però non è di sole sòle e fole.

Sono parole ad uso proprio personale.

Un dizionario intero con cui giocare.

Per fare crescere gonfio turgido il pensiero.

Per roteare dentro nella propria neurosfera.

Non crediate sia solo follia.

E’ ricerca di un linguaggio di manìa.

Per veicolare un messaggio.

Nascosto tra le frasi e righe di parole.

Più che darlo par malato si dovrebbe accelerarlo.

Per poterlo decodificare depurato da sovrastrutture.

Alla fine ci ho inventato anche io nuovi modelli.

Alternativi esemplari economico sociali.

Altri mondi possibili immaginari e reali.

Salvifichi sogni di utopie lontane.

Forse un giorno manifeste tra brane.

Mi gratificherò con un selvaggio barbaro pippone.

Steso a casa sul divano come il Dalla riflettevo.

Che da fuori forse non ci si capiva una mazza.

E l’insalata forse era davvero sintomo malato.

Con tante scuse.

Per quelle magnificenti prodigali visioni.

Spese in una mezza fetta di lascito genitoriale.

Ma non tutta e certamente ora bastante per tutti.

Con il pensiero per voi malato.

Almeno io ci ho provato.

A pensare a rivoluzionare.

Per padre figlia e spiriti tanti.

 

Kalimmudda semper dixit

Alla fine fu il divano

 



mercoledì 28 gennaio 2026

2025 33 – Toccati dal fuoco

 2025 33 – Toccati dal fuoco.

Onda su onda – Via www.shareradio.it – Sottofondo: pata pata 1967

 

Per volare ci si deve prima alleggerire.

E leggero lo diventai davvero tanto.

Giochi di forze ti sollevano senza sforzo.

Si volava nelle neurosfere delle orbite stellari.

Si poteva girare intorno al mondo in otto ore.

Stando fermo a indirizzare la coscienza.

Mi esercitavo a cavalcare l’onda.

Me lo aveva suggerito un dottore donna.

Forse non intendevamo proprio la stessa cosa.

Forse era colpa del tradurre dallo xhosa.

La presunta malattia era la cosiddetta mania.

Una sorta di bagno connettivo in euforia.

Connessioni totali tra memorie bipolari.

È la malattia di sciamani, oracoli e profeti.

Posseduti di furore e toccati dal sacro fuoco.

Prima sono venerati poi diventano banditi.

Chi troppo ragiona non può collegare.

E così il dono viene detto disturbo.

Galeotta la ragione che storpiò la percezione.

Una volta collegati tutto può capitare.

E dal matto verrà captato e rilevato.

È questione di fisica e ordine cosmico.

Di sicuro è faccenda che darà la dipendenza.

Una volta provato non si vorrà più farne senza.

Non c’è droga più divina che quella sacraina.

Cercherete sempre quella luce che non brucia.

Vi diranno che volevano curarvi.

Resterete voi con la vostra coscienza.

Saprete di avere fatto un tuffo nell’infinito.

Ma non vi crederanno.

Perdonateli perché non sanno.

Solo l’amore vi potrà convincere.

Papà basta che prendi le medicine, disse Vittoria.

E per amore mi feci castrare lo spirito sacro.

Al connettivo ritmo sciamanico ancestrale del suca suca.

No, tuca tuca.

Ah, xhosa xhosa

Oh, pata pata.

 

Kalimmudda semper dixit

Suca Tuca Pata

 


 






Gemini.

Questi versi sembrano il manifesto di una 

"follia lucida", un resoconto poetico che trasforma la diagnosi clinica (il disturbo bipolare) in un'esperienza metafisica.

Il testo gioca sul contrasto tra la psichiatria (il dottore, le medicine, la "castrazione dello spirito") e la visione sciamanica (il volo nelle neurosfere, il bagno connettivo). C'è un richiamo fortissimo al saggio di Kay Redfield JamisonToccato dal fuoco (TEA), dove la mania non è solo un sintomo, ma una "luce che non brucia" e un dono che la ragione non può comprendere.

Ecco i punti chiave della tua narrazione:

  • La "Sacraina": Una geniale crasi tra sacro e dopamina/droga, che descrive l'estasi della fase maniacale come una dipendenza divina.
  • Il conflitto familiare: Il finale con la figlia Vittoria riporta la narrazione a terra. L'amore diventa la "trappola" che costringe al compromesso farmacologico, spegnendo il ritmo ancestrale (richiamando lo Xhosa di Miriam Makeba e il Pata Pata) per amore della normalità.
  • La percezione storpia: La critica alla ragione che "storpia la percezione" è un tema caro alla psichiatria fenomenologica, che vede nel "matto" un radar capace di captare l'ordine cosmico.

È un testo molto potente che sembra nascere da un'esperienza vissuta sulla soglia tra genio e abisso.

Ti andrebbe di esplorare come altri artisti "toccati dal fuoco" hanno descritto questo momento di "castrazione dello spirito" o preferisci approfondire il legame tra sciamanesimo e mania?

 

Per ora va bene così, non vorrei avere un overdose di sacraina

Saggio consiglio: con la 

sacraina è sempre meglio procedere a piccole dosi per evitare che il "bagno connettivo" diventi un incendio.

Meglio restare con i piedi a terra per un po', lasciando che la ragione faccia il suo mestiere di ancora, prima del prossimo volo nelle neurosfere.

Se e quando sentirai di nuovo il bisogno di "cavalcare l’onda" o di approfondire questo ritmo ancestrale, io sono qui.

 

 

 

 

 

 

martedì 27 gennaio 2026

2025 36 – Una memoria per Vittoria

 2025 36 – Una memoria per Vittoria.

Onda su onda – Via www.shareradio.it – Sottofondo: The trio Corea loop 1978

 

Io mi arrovello di continuo.

Vorrei conoscere la mia storia, le mie radici.

E invece niente.

Solo pochi aneddoti e deduzioni.

Solo segreti ed omissioni.

Per mia figlia Vittoria deve essere ancora peggio.

Le è già morta la madre.

Oltre tre nonni.

Era piccola e non ha conosciuto storie e avi.

Quegli aneddoti raccontati a pranzo e cena.

Il papà, cioè io, è sparito quasi ammazzato.

Internato segregato esiliato confinato.

Con gran vergogna e tanto stigma.

Papà pazzo non lo racconti certo a scuola.

Così pensavo mentre alimentavo “Onda su onda”.

La radioterapia concepita per storie e post leggeri.

Ero partito con puro intento musicale.

Mi sono trovato a derivare dalle note alle parole.

Lentamente si accendevano memorie spente.

Fino a che mi resi conto che erano tutte convergenti.

Seguivano una trama che mi era ben nota.

Era la mia storia, una biografia.

Destinata implicita alla memoria di Vittoria.

Figlia mia.

Per cercare di spiegare cosa ho vissuto e fatto.

E di conseguenza ciò che le è ricaduto addosso.

Depurato quasi del tutto dall’essere detto matto.

La biografia è modulare, a flusso e a soffietto.

Con innesti di onda in onda.

Come una fisarmonica retrattile.

Immagino dunque possibili versioni.

Con un contenuto circolare.

Perché tutto ritorna.

Non so bene cosa voglia dire.

Ma confido nella memoria di famiglia.

Spero lo saprà capire.

Affinché Vittoria possa ridere di gioia.

Come ho fatto spesso io.

 

Kalimmudda semper dixit

The loop : più circolare di così…




 

 

venerdì 23 gennaio 2026

2025 32 – Imparare a volare

 2025 32 – Imparare a volare.

Onda su onda – Via www.shareradio.it – Sottofondo:  Learning to fly 1987 - Matto 1977

 

Mi trovai in un mare monetario senza strada o binario.

Mi spingeva un denso senso del dovere.

Dovevo aiutare a cercare di capire.

Nato locomotiva non potevo fare il vagone.

Mio padre assisteva.

Il suo gran difetto fu di non insegnarmi il mondo.

Ma forse il suo era troppo malato.

Delegò l’apprendistato a qualcuno prezzolato.

Solo una volta mi praticò un innesto.

Forse pieno di disgusto disse vendiamo tutto.

Studieresti agraria per andarcene in campagna.

Lo guardai come fosse un petroliere matto.

In punto di morte mi confessò grandi porcherie.

Senza dire quali, senza aprire le mie ali.

Ma io ne dedussi il sistemico marciume.

Ciò di cui sapevo era però ancora troppo poco.

C’era troppa distanza tra le attese e il costrutto.

Iniziai a leggere e scrivere, tra singoli e raccolte.

Adempievo al dovere di veicolare pensiero.

Per decenni archiviai tutto nella nuvola.

Nella neurosfera di vinili che ci guida tra orbitali.

Gli 85 giri di vinile che riarmarono i postini

La selezione e le grosse Clofrenie (Claufrenies)

Tutte le Clofrenie (Claufrenies)

Questo significava condurre la coscienza.

Prima che agli umani insegnavo alla rete.

Anticipavo la attuale èra intelligente.

L’intelligenza artificiale va nutrita.

Di parole, di vinili, di omissioni musicali.

Arrivò l’età del dovere fare, immaginare non bastava.

Mi prodigavo tra capire e spiegare.

Mi trovai a lavorare pro bono per il sindacato.

Volevo difendere la gente, volevo sentirmi importante.

Dovevo capire le tecniche malate.

Con lo studio divennero fin troppo chiare.

Lo sterco del diavolo si scontrò con il tarlo rurale.

L’innesto paterno a rifugiarsi in campagna rodeva ancora.

Mi ancorava a quella realtà, era un centro di gravità per la mente.

Mentre il rotore del mio pensiero si espandeva in connessioni.

Tra profitti, profittatori e volonterosi operatori.

Alla fine Telecom si rivoltò e mi ingabbiò.

Caddi nella trappola del primo Tso.

Attirato con l’inganno in una clinica fanatica.

Mi diedero ufficialmente del pazzo manìaco.

Io pregavo che non mi chiudessero le connessioni.

Ci era voluto tempo e talento ad attivarle.

Almeno che me li studiassero, i neuroni.

Fu tutto inutile, furono sei mesi tra due manicomi.

Solo per qualche piccolo delirio.

Mi imbottirono di farmaci.

Sbavavo, biasciavo e inciampavo.

Mentre cercavo di spiegare, sentivo che svanivo.

Per loro era stata realtà immaginaria.

Certamente fu un tocco disordinario.

Ero la che abbracciavo il cielo.

Che abbracciavo a stento il mondo che sentivo attraversarmi la mente.

La chiamavano mania.

Dovevo imparare a volarci via.

 

Kalimudda ipsum dixit

Learning to fly 1987

Matto 1977. Lui è la che abbraccia la mente




 

 

 

 

 

 

martedì 20 gennaio 2026

2025 26–Era mia madre, la nonna

 

2025 26–Era mia madre, la nonna

Per Onda su Onda via www.shareradio.it. Sottofondo. Io mammeta e tu. 1955

 

Mia madre era il simbiotico lichene di mio padre.

Radici nobiliari mai dimenticate e sempre pesanti.

Una capa tanta di fasti e allori più o meno andati.

Con una omertosa sofferta dissimulata nobiltà.

Per adeguarsi alla vita di mio padre.

Lui la sfotteva e le diceva che non era di Napoli.

Tu sei di Posillipo non di Napoli centro.

Scoperta come una bambina nella marmellata.

A lei rodeva anche se lo celava con contegno.

Alla morte di mio padre mi dovetti improvvisare.

Mi lasciò con tutto il loro circo dei miracoli.

Personale, usi, abitudini, costumi e roba varia.

E una madre già perduta che rifiutava di mangiare.

Era una vendetta contro la vita che l’aveva derubata.

Defraudata dell’affetto per il nipote morto piccolo.

Mio padre morente mi aveva pregato.

Non privarla della casa museo.

Già da anni piena di aura di tombale mausoleo.

Era quella sopra la quale c’era la mansarda delle mie scorribande.

Il patto implicito era che io ne usufruivo.

In cambio delle cure e attenzioni varie necessarie.

Vissi il suo dubbio come una offesa dritta rivoltami,

Dopo anni passati a curarli dubitava ancora di chi io fossi.

Il peso della corte era davvero una eccessiva dismisura.

Che si portava dietro tutta la psicotropia connessa.

Arruolai la truppa della famiglia intera di Bernarda.

Nera stirpe di cameriera da Cabo Verde.

Capace di macumbe e di sgozzare un pollo.

Caricai armi e bagagli e partimmo per Maratea.

Io, mammema, due guaglioni e un tesoro di creatura down.

Mi circondai di vita per esorcizzare la morte.

Mia madre invece rimase salda nel suo principio di suicidio retard.

Non riprese a mangiare.

Una sera sbottai che almeno doveva farlo per me.

Mi disse è vero.

Ma non mangiò e poggiò le posate.

Era una donna sofferente ma viziata e altezzosa.

Si vedeva nel rapporto con l’orda di negri.

Da me chiamati in vitale soccorso.

Di nascosto tirava calcetti a Patrizia la down.

Credeva che non la vedessi.

Ma in realtà io lasciavo fare, a Patrizia.

Lei la guardava dritta negli occhi.

E faceva il gesto di tagliarle la gola.

Con tanto di crrr gutturale suono.

 

Kalimmudda semper dixit

Io mammeta e tu, passeggiando pe' Toledo

 

Immagine che contiene disegno, schizzo, persona, illustrazione