2025 12 21 – La dimora per Vittoria.
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Sottofondo: La casa 1993
Qui
dimora sta per casa.
Casa
Vittoria non mi suonava bello.
Oppure
peggio, tipo letto e colazione alla moda di oggi.
Le
case sono cose importanti.
Un
tetto sulla testa oltre a spiriti e ricordi.
In
mezzo, anime ad andare e venire.
Da
mille anni e più di cento bambini.
Approdati
a Milano ci eravamo accasati.
Sopra
c’era la famigeranda mansarda.
Sotto
una casa di collezioni e trofei.
Raccolte
di armi, acquarelli del golfo, tessuti broccati.
E
danari sprecati in nome dei soldi piovuti.
La
sindrome del consumo aveva colpito.
Chi
ricordava ancora povertà e guerra.
Poi
mio padre si ammalò.
Mi
pregò che da morto non vendessi la casa.
Era
la ragione di vita in cui viveva mia madre malata.
Così
feci, ma poi ci pensò il padreterno.
Mia
mamma morì poco dopo mio padre.
E
la casa dipartì con una lesta fiondata.
Avrei
voluto tenere la mansarda.
Ma
oramai era già sordida.
Sordo
mi dissi via tutto, e fu tabula rasa.
Partìi
in cerca di una dimora per Vittoria.
Una
che potesse amare e chiamare casa.
Con
la mamma ne provammo tante.
Lei
mi assecondava traslocando paziente.
Poi
un giorno un annuncio mi chiamò.
Parlava
di due piani di scalette con giardino.
Ci
vedevo Vittoria crescere e giocare.
Cani,
gatti e amichetti inclusi.
Era
un piccolo castello.
Un
gioiellino di casetta delle fate.
Sala,
scale e camere da letto.
Tutte
affacciate sul giardinetto.
Quel
chiaroscuro cinto di mura le donava vita propria.
Con
stupore immobiliare la comprai a prima vista.
Ci
andarono ad abitare Vittoria con la mamma.
Quando
prematura lei morì la custodii io.
Magari
un giorno ci ritornerà Vittoria.
Casa
aperta a tanti amici e prole.
Allora
sentirà la vicinanza a terra e cielo.
Allora
sarà stato bello fare il custode.
Della
casa che aveva diecimila scalini.
E
mille anni e più di cento bambini.
Kalimmudda
semper dixit
Tra terra e cielo

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